La storia di un personaggio immaginario che nel corso del tempo diviene Mito e Leggenda arricchendosi sempre di nuove interpretazioni, una fantasia che genera un’altra fantasia fino a costituire un Archetipo, è un tema classico dell’invenzione di Borges cui certo sarebbe piaciuto il Batman di ARKHAM ASYLUM.
Quest’opera dimostra come il vecchio protagonista, piatto, ad una dimensione tutto Legge ed Ordine, dei fumetti fino agli anni 60 abbia iniziato a vivere di vita propria manifestando ancora una volta la forza dell’Invenzione di superare sè stessa, rifrangendosi come un gioco di specchi in mille caleidoscopiche sfaccettature.
Avevamo già visto la metamorfosi cibernetica dell’uomo-pipistrello, ci eravamo persino rassegnati al Batman bolso e lagorato dagli anni di DARK KNIGHT, mai però avremmo immaginato che un racconto disegnato potesse raggiungere la forza espressiva, la molteplicità di richiami letterari e le profonde risonanze come avviene in ARKHAM ASYLUM.
L’universo gotico e catacombale, lovercraftiano e cimiteriale ideato dallo sceneggiatore Grant Morrison e disegnato con tecnica visionaria da Dave McKean, precipita Batman in uno stralunato labirinto di specchi deformati, angosciante discesa negli inferi della psiche, lanciandolo oltre lo specchio di Alice nel mondo dissonante della follia.
In una Gotham City densa come non mai fecciosa caligine, occupata (come del resto le nostre degradate megalopoli) dai mostri generati dal sonno della ragione, i folli si sono impadroniti del manicomio, il famoso Arkham Asylum: per flash-back apprendiamo la storia della strana casa di cura ( un luogo che sarebbe certo piaciuto all’Hitchok espressionista del periodo inglese, oltre che ovviamente ad H. P. Lovercraft cui si riferisce il nome stesso). Facciamo così conoscenza con Amadeus Arkham (la cui infanzia riecheggia quella del Norman Bates di Psyco), divenuto psichiatra per curare il ricordo della madre pazza – del resto il gene della follia serpeggia nella sua famiglia fino a dargli una figlia da tratti chiaramente prepsicotici ed a mostrarci, nello scioglimento finale, egli stesso matricida e delirante recluso nelle carceri di Gotham City -; coevo di C. G. Jung (di cui racconto è ampiamente citata la teoria del sincronismo ovvero delle coincidenze significative – nessi non casuali che legano gli accadimenti – vedi la carta del Joker, o il simbolo dei pesci, o lo stesso pipistrello…), la sua vita appare segnata dall’incontro con Aleister Crowley, il negromante ed esoterista inglese fondatore della setta della Golden Down ed autore del mazzo di Tarocchi che porta il suo nome.
Davvero una strana casa di cura Arkham Asylum! Immemori di ogni acquisizione della moderna Psichiatria (lontanissimi anni luce dalle aperture alla realtà territoriale) gli psichiatri di quello universo segregazionario, di quella stultifera navis postmoderna rappresentata da Arkham, succedutesi al fondatore, curano la follia con strane metodiche che ignorano la psico-farmacologia ma che coniugano il metodo delle libere associazioni verbali con il più rigido isolamento del mondo dei “sani” e la psicodiagnostica Rorschach con l’uso non terapeutico dell’elettroshock – praticato come condizionamento “ a punizione” per “calmare i pazienti più eccitati”. Lo stesso fondatore quando un criminale folle (Mad Dog) gli sterminerà moglie e figlia, si vendicherà orrendamente, “bruciando” (?!) il paziente con l’apparecchio per lo shock elettrico. Tutto il manicomio è disseminato da carte da gioco, immagini delle potenzialità del reale, e tutto il racconto può essere visto come marcato passo dopo passo dal simbolismo dei Tarocchi (la stessa carta del Joker cioè del MATTO dei Tarocchi è simbolo dell’irrazionale ed ha pertanto un evidente significato tanatologico) in ogni caso non bisogna dimenticare che ci troviamo “oltre lo specchio” del mondo del non senso di Alice (“…non siete che un mazzo di carte…”) un mondo in cui le carte da gioco posseggono una loro analogica vitalità.
Il debito a Lewis Carrol viene pagato quando improvvisamente fa capolino uno strano personaggio, un anziano signore che racchiude in se le caratteristiche del cappellaio matto, del “Pinguino” e dello stesso Carrol, pastore protestante, scrittore vittoriano ed appassionato collezionista di fotografie di bambine bionde poco vestite (“…l’apparente disordine dell’universo non è che un ordine superiore” sussurra “…Arkham è uno specchio e noi siamo te…”) I pazienti dunque si sono impadroniti (come nel caso “del professor Catrame e del dottor Piuma”) del manicomio; a guidarli, (neanche a dirlo!) è il Jocker, sentina di ogni nefandezza, che superato il brignao di Nicholson è finalmente approdato definitivamente alla maschera straniata e destabilizzante del divin marchese (non a caso anche De Sade venne istituzionalizzato nel manicomio di Chareton…) di cui sembra aver sposato la filosofia per cui ci appare, paradossalmente, più umano e comprensibilmente folle.
Batman, suo malgrado, viene attirato in questa casa che sembra nutrirsi della follia dei suoi inquilini, egli non vorrebbe andare ma motivazioni inconsce – le sue istanze superegoiche – ve lo spingono compulsivamente: l’Eroe senza paura e senza macchia ha lasciato il posto ad una pallida figurina tremebonda, angosciato lemure a tratti ridicolo, roso dalla nevrosi, terrorizzato fino alla fobia della diversità che è in lui stesso. Il povero cavaliere nero si accorgerà troppo tardi di essere caduto nella trappola del Jocker: per lui incomincia un vero e proprio cammino iniziatico che lo porterà fino al centro del proprio Sé, scavando con il vetriolo alchemico (VITRIOL= Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultam Lapidem) versato sulle ferite della propria anima fino a sconfiggere il Drago l’Ombra (ancora Jung!) la parte più scura del proprio Io: “conosci te stesso” è il motto socratico inciso in una stanza di Arkham. A tale viaggio però è impreparato, vorrebbe fuggire, ma le ragioni conflittuali della propria nevrosi gli impongono di restare ed a tal punto nulla gli verrà risparmiato: crolla alla tecnica delle associazioni verbali e quando gli viene presentata una tavola (qualcosa di molto simile alle tavole di IV e IX del test di Rorschach ovvero delle tavole paterna e dell’inconscio) nasconde ciò che gli viene in mente (“…niente, non vedo niente…”) e risponde come uno psicotico qualsiasi mentre prepotenti immagini di Thanatos affollano il suo pensiero –
questo Batman arriverà addirittura all’autolesionismo tipico dei più gravi stadi di autismo procurandosi, con un frammento di vetro una profonda ferita che possa fargli avvertire un sentimento corporeo nel patologico tentativo di “sentirsi vivo” e di raggiungere pertanto un senso di “entity if not identity”. Quando il Joker fa pesanti allusioni al suo presunto rapporto omosessuale con Robin (proprio quello che mandava in estasi semiologica i più raffinati esegeti del batman anni ’60), l’uomo-pipistrello inorridisce non accettando a livello cosciente neanche la possibilità di tale idea e confermandone quindi l’attuale conflittualità inconscia.
Egli che ha scelto il Bene senza dubbio cosciente, accettando di interpretare il ruolo dell’Angelo Sterminatore del Male, é ora tormentato dal dubbio che il reale sia multiforme e che solo una mente malata possa ipotizzare un Mondo dualisticamente diviso tra Bene e Male, mentre, come nel simbolo del TAO, ogni cosa contiene il suo contrario: per poter arrivare a questa verità il cammino di Batman sarà lungo e doloroso; si vedrà così (horribile dictu) l’uomo pipistrello precipitare dalle scale un paziente sua di una sedia rotelle e prendere a calci un altro degente, povera creatura malata, che invocava il suo aiuto.
Alla fine del cavaliere nero non resterà più nulla – “sono solo un uomo” – dice nel momento più drammatico del racconto, e mentre appare l’immagine di un “Cristo alla colonna” si accorgerà di essere, nel gioco di specchi della follia di Cavendish, la personificazione del Male, vittima e carnefice al tempo stesso: il Male lungi dall’essere al di fuori, a distanza di sicurezza è dentro di noi, è noi stessi.
Ad un certo punto del racconto i personaggi: Batman, il Jocker, Arkham e Cavendish si fondono fino a scomparire l’uno nell’altro come mixati in un caleidoscopio, mentre anche finale, per nulla sicuramente, lascia l’amaro in bocca; “devo dimostrare di essere più forte di loro…” esclama Batman manifestando di non aver ottenuto gran giovamento dallo Junghiano “processo di individuazione” “… se le cose si mettessero al peggio non dimenticarti… qui c’è SEMPRE un posto per te” conclude il Joker.
A questo punto ci rincresce che il genio di Morrison non abbia rammentato la paradossale spiegazione della paura della follia che Luigi Pirandello ci espone per bocca del finto pazzo Enrico IV: “… ma lo vedete? Lo sentite che può diventare anche terrore codesto sgomento, come per qualcosa che vi faccia mancare il terreno sotto i piedi e vi tolga l’aria da respirare? Per forza, signori miei! Perchè trovarsi davanti ad un pazzo sapete cosa significa? Trovarsi davanti uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quello che avete costruito in voi, attorno a voi, la logica tutte le vostre costruzioni. – Eh! Che volete? Costruiscono senza logica… i pazzi, o von una loro logica che vola come una piuma! Volubili! Oggi così e domani chissà come! – Voi vi tenete forti ad essi non si tengono più… Voi dite: questo non può essere! E per loro può essere tutto…”
Arker Frank

Ho sempre considerato l’opera di McKean una sperimentazione pittorica eccezzionale, ma mi sa che debbo rileggermi questa storia un’altra volta, a volte gli occhi ingannano la mente…